28
Ott2019

Legali le telecamere nascoste sul luogo di lavoro

Una recente sentenza della Corte Suprema di Strasburgo ha “legalizzato” l’utilizzo di telecamere nascoste sul luogo di lavoro.

Sempre? NO

In realtà un datore di lavoro può installare telecamere nascoste, senza avvertire i dipendenti e nemmeno i sindacati, soltanto qualora il datore di lavoro abbia il fondato sospetto che i dipendenti lo stiano derubando e se le perdite subite per la condotta di questi sono ingenti.

La corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto pertanto legittima la condotta di un datore di lavoro il quale ha licenziato alcuni dipendenti, filmati mentre rubavano prodotti sul luogo di lavoro o aiutavano altri a farlo.

IL CASO

Il direttore di un supermercato spagnolo in provincia di Barcellona, rilevando irregolarità tra stock di magazzino e vendite e una rilevante perdita negli incassi nell’arco di cinque mesi (circa 82mila euro) decise di far installare alcune telecamere a circuito chiuso, sia visibili (alle uscite) che nascoste (puntate sulle casse). Le videoriprese evidenziarono una serie di furti di merci da parte del personale che portarono a 14 lettere di licenziamento per motivi disciplinari tra cassieri o addetti alle vendite.

Nonostante il tribunale nazionale aveva dato ragione al datore di lavoro, i dipendenti avevano deciso di ricorrere alla corte suprema, in nome di una violazione della privacy e in quanto, a detta loro, avrebbero dovuto essere informati dell’installazione delle suddette telecamere.

Secondo la Corte Suprema la mancata notifica preventiva è da ritenersi giustificata dal “ragionevole sospetto” di una grave colpa dei cassieri e dall’entità della perdita economica subita.

Decisivi anche la breve durata della sorveglianza (10 giorni), il numero limitato di persone messe a conoscenza dei video e la scarsa estensione dell’area sorvegliata (limitata alle casse).

IN ITALIA

La linea della Cedu è stata condivisa dal Garante Italiano della Privacy che ammette la video sorveglianza occulta ma solo in quanto “extrema ratio” e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore.

Resta dunque per la Corte la rigorosa proporzionalità e non eccedenza dell’utilizzo dei dati personali.

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